Musei phygital: strumenti digitali per spazi che ascoltano e coinvolgono

Il confine tra reale e digitale nei musei non è più una linea netta, ma una zona fluida dove la creatività può assumere varie forme, determinando diverse forme di coinvolgimento dei pubblici.

Questo è il mondo phygital dei musei, spazi che non vivono solo nella fisicità concreta delle sale, ma anche nelle emozioni che vengono generate attraverso un’esperienza aumentata, immersiva, interattiva.

Realtà Aumentata, Virtuale, Intelligenza Artificiale, Digital Twins, podcast ci hanno dimostrato in questi anni di essere strumenti narrativi potenti, in grado di trasformare il rapporto tra pubblici e patrimonio.

In questo articolo, esploriamo come queste tecnologie non solo possono “potenziano la creatività”, ma consentono di raccontare la cultura in modo rilevante, empatico, radicato nella storia e proiettato nel futuro.

Realtà Aumentata (AR) e Virtuale (VR): raccogliere il passato vivendolo oggi

Nel settore culturale, l’AR e la VR non sono più una novità, ma una risorsa creativa per costruire esperienze ibride che vanno oltre la semplice fruizione visiva. Si tratta di strumenti capaci di restituire contesto, rendere vivi gli oggetti, ma soprattutto attivare una relazione immersiva e personale tra il patrimonio e chi lo attraversa.

Con la realtà aumentata possiamo sovrapporre strati narrativi agli oggetti fisici: visualizzazioni 3D, animazioni, contenuti sonori o testuali che svelano ciò che non si vede a occhio nudo. Con la realtà virtuale, invece, si possono ricreare ambienti del passato, visitare luoghi non accessibili o vivere una mostra da casa in modo coinvolgente.

Due esempi da citare sono:

  • il National Museum of Scotland, con l’esperienza “Earth from Space” che porta le persone in visita in orbita, esplorando immagini satellitari che raccontano come il nostro pianeta cambia nel tempo;
  • il Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, nel luglio 2021, ha mostrato un’esperienza di Realtà Aumentata realizzata con i caschi Microsoft Hololens mostrando una serie di animali estinti nella realtà e ricostruiti in Computer Graphic.

Perché funziona? Perché queste tecnologie non sostituiscono l’opera, ma ampliano la narrazione, incoraggiando i pubblici a partecipare attivamente e ad osservare in modo più profondo. In un’epoca in cui l’attenzione è frammentata, AR e VR possono offrire spazi capaci di generare nuove connessioni tra cultura e quotidianità.

Intelligenza Artificiale e le nuove opportunità di relazionarsi con i pubblici

Quando pensiamo all’AI nei musei, la prima cosa che ci viene in mente sono i chatbot, ma oggi esistono tantissime opportunità, se ideate e gestite con consapevolezza e competenza.

Dobbiamo partire dal presupposto che l’AI è un nuovo modo di relazionarsi con i pubblici, di interpretare i dati (e renderli più fruibili) e di costruire narrazioni sempre più personalizzate.

Nei musei, l’AI può essere impiegata per moltissimi obiettivi, eccone alcuni:

  • rendere più accessibile l’informazione, grazie a chatbot intelligenti che rispondono in tempo reale alle domande delle persone in visita (o che progettano una visita);
  • creare percorsi di visita personalizzati, sulla base di interessi, tempo disponibile o linguaggi preferiti;
  • analizzare in profondità dati di comportamento (cosa guarda il pubblico, dove si ferma, cosa condivide), per migliorare l’esperienza in modo continuo;
  • generare contenuti: testi, descrizioni, ma anche immagini e simulazioni (con il coordinamento di un team tecnico e specialistico dedicato).

Ma l’AI non è solo “effetto wow”: è uno strumento di ascolto attivo e adattamento. Può aiutare le istituzioni culturali a uscire dalla logica del “si è sempre fatto così”, offrendo nuovi scenari di interazione, più agili e flessibili.

La sfida, come sempre, è etica: come utilizzare questi strumenti in modo responsabile, trasparente e non omologante? La risposta passa dall’intento: se al centro mettiamo le persone, l’AI può diventare una potente alleata per comunicare meglio e ascoltare di più.

Digital Twins e Digital Storytelling: il museo “ovunque”

Nel settore culturale, l’idea di “luogo fisico” non basta più.

Il digitale permette di moltiplicare i punti d’accesso e costruire esperienze ibride, capaci di far vivere un museo anche quando non ci sei dentro fisicamente. Ed è qui che entrano in gioco i Digital Twins: copie virtuali, dettagliate e navigabili di collezioni, edifici o ambienti espositivi.

Grazie a queste ricostruzioni digitali, chiunque e ovunque può esplorare uno spazio culturale: camminare tra le sale, soffermarsi su un’opera, attivare contenuti, interagire. È un modo potente per democratizzare l’accesso alla cultura, ma anche per sperimentare nuove narrazioni.

E se il Digital Twin è lo spazio, il digital storytelling è la voce: è il modo in cui raccontiamo, mettiamo in relazione oggetti, immagini, suoni e memorie per creare esperienze significative.

Questi strumenti sono risorse chiave perché la vera sfida non è solo “digitalizzare”, ma coinvolgere, emozionare e attivare nuove forme di relazione, anche a distanza.

Podcast: ascoltare la cultura, ovunque tu sia

In un’epoca in cui siamo spesso in movimento, l’ascolto diventa un’esperienza intima, quotidiana e potente. È qui che il podcast si rivela uno strumento ideale per i musei: perché porta le storie fuori dalle sale, creando una connessione diretta tra le istituzioni culturali e chi ascolta, ovunque si trovi.

Un podcast ben costruito può approfondire una mostra, dare voce alle collezioni o esplorare punti di vista inediti. Può essere narrativo, informativo, più emozionale: ogni museo può trovare il proprio stile e tono. Uno degli esempi più interessanti in Italia è il podcast “QueeringBO. Cose mai viste nei Musei Civici di Bologna”, nato per reinterpretare le collezioni da una prospettiva LGBTQIA+ e condotto da Pietro Turano: una narrazione accessibile, partecipata e autentica.

Anche musei internazionali come il Tate o il Metropolitan Museum of Art da anni investono in serie audio che spaziano dall’arte contemporanea alla storia, dimostrando che il podcast non è solo uno strumento di divulgazione, ma una nuova forma di fruizione culturale.

Il vantaggio? Permette al museo di abitare lo spazio digitale con contenuti che durano nel tempo e possono essere ascoltati mentre si cammina, si viaggia o ci si rilassa. Per questo, è un alleato prezioso per costruire relazioni e comunità anche oltre i confini fisici.

Leggi anche: Podcast e musei: 5 progetti interessanti da analizzare

Il futuro della cultura è phygital, ibrido, immersivo: si compone di esperienze che incuriosiscono ed emozionano, strumenti che coinvolgono e narrazioni che parlano davvero alle persone.

Perché innovare, in fondo, è un altro modo per prendersi cura della cultura.

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